Primož Jakopin - Klok
Roberto Antonini
speleologo di alta montagna


 
Sul Vratni vrh, 1996 m, dicembre 2019, autoscatto

 
Potete presentarvi?
 
          Sono nato ad Ancona il 25 agosto 1963, figlio di Alfredo, Anconetano e madre Romilda (De Paoli), nata in Trentino. Ho due fratelli, il maggiore Pino ed il minore Maurizio. Pino ha le mie stesse passioni, ed è assieme a lui che nel 1976 abbiamo iniziato l’attività speleologica.
          Ho frequentato un istituto tecnico conseguendo il diploma di perito chimico, ma la mia attività lavorativa ha seguito un altro corso, infatti fin da giovane ho lavorato nel campo dei consolidamenti di pareti rocciose con tecniche alpinistiche.
          Attualmente ho una mia Società, che ho creato nel 1992, che realizza opere per la difesa da caduta massi e valanghe, realizza inoltre consolidamenti di terreni mediante micropali e tiranti.
 
Cosa ricordate di più della vostra prima giovinezza?
 
          Ricordo con piacere il tempo trascorso nelle montagne del Trentino, a Fiera di Primiero, il paese di origine di mia madre.
          Durante tutto il periodo delle vacanze estive, a volte anche in inverno, con i miei fratelli, trascorrevamo le vacanze nella casa di mia nonna, dapprima anche con i miei genitori, poi, quando dovevano rientrare ad Ancona per riprendere il lavoro, noi bambini venivamo affidati alla nonna. La casa era una vecchia baita in montagna, molto spartana, con tanto di stalla con le mucche.
          Ricordo con piacere le mie prime esperienze escursionistiche, dapprima nei boschi della valle, e poi sempre più in alto, per sentieri che portavano su quei monti affascinanti. É là che è nata la mia passione per la montagna.
 


 
Pino e Roberto dopo la salita dal fondo della Krubera-Voronja, 2010, foto di Pino Antonini.


Cos'altro vi attrae nei lavori verticali, oltre al fatto che avete una grande pratica di discesa e salita in grotta?

          Quando ho iniziato mi piaceva il fatto di poter’ lavorare in montagna, utilizzando le stesse tecniche che utilizzavo in grotta. Pensavo che lavorare in un settore legato alla mia passione, non mi avrebbe mai stancato, e così è stato per molti anni.
          Ora le cose sono un po’ cambiate, dovendomi occupare della parte amministrativa e commerciale dell’azienda, sono spesso in ufficio e mi capita raramente di girare per cantieri, in compenso sono molto stimolato ad affrontare le sfide per trovare le soluzioni tecniche più adatte nei lavori particolarmente impegnativi e complessi.
 


 
Vista verso il basso dell'abisso - Veliko Sbrego, ottobre 2006, foto di Oleg Klimčuk*
 


Cosa vi ha portato alla speleologia?

          Erano gli anni settanta, ed il fratello di un mio amico era appassionato di grotta, i suoi entusiasmanti racconti di esplorazioni stimolavano la voglia del mio amico ad avvicinarsi a questa attività, siccome però il fratello non aveva mai avuto occasione di portarlo, decidemmo di organizzare una escursione in grotta coinvolgendo altri 2 amici, così, il 12 settembre del 1976, un gruppetto di 4 dodicenni partì alla volta delle grotte di Frasassi.
          Ricordo ancora quanto fu entusiasmante quella mia prima escursione nelle gole di Frasassi, il viaggio in treno, la salita in quelle montagne tanto diverse da quelle Trentine, e la visita della grotta, dove ho percorso i miei primi passi nell’oscurità delle caverne, percorrendo gallerie che per me allora sembravano infinite.
          Insomma fu un’esperienza estremamente coinvolgente, non passò molto tempo perché il gruppetto di amici tornasse a visitare altre grotte.
 


 
Vista sul Lago del Predil dalla caverna nel muro di Cima Confine (Velika Črnelska špica), sopra la grotta di Veliko Sbrego, ottobre 2006, foto di Denis Provalov


Qual è stata la vostra prima avventura speleologica in alta montagna?

          Prima di scendere un abisso di alta montagna ho avuto la possibilità di prepararmi tecnicamente in altre cavità di media montagna, ma altrettante tecniche.
          Le prime esperienze speleologiche sono state esclusivamente nell’area carsica delle Gole di Frasassi, dapprima in grotte orizzontali, e successivamente grotte con pozzi da affrontare con le corde che, ricordo ancora, con i giovani compagni di avventure, avevamo recuperato da una barca ormeggiata nel porto di Ancona.
          Nessuno aveva partecipato a corsi di speleologia, per cui le tecniche autodidatte le avevamo visionate su dei libri e riviste di speleologia: discesa in corda doppia, e come imbrago utilizzavamo un cordino che fungeva da seggiolino, per la risalita utilizzavamo i nodi Prusik.
          Questo fino al 1978, quando finalmente entrai a far parte del Gruppo Speleologico Marchigiano di Ancona, da quel momento mi si aprì un nuovo mondo, perché ebbi la possibilità di affinare le tecniche di risalita su corda, frequentando altre grotte sempre più tecniche ed impegnative.
          La Grotta di Monte Cucco fu la mia prima grotta prettamente verticale, estremamente entusiasmante per un giovane come me che ambiva a scendere grandi pozzi, e così nell’81 riuscii ad arrivare sul fondo a -920.
          L’anno successivo, sempre nella Grotta di Monte Cucco, con il gruppetto di giovani che si stava formando tecnicamente, iniziammo l’esplorazione di un nuovo ramo, “il meandrino”, che da -300, con lunghi meandri molto stretti ed intervallati da pozzi di tipo alpino, ci condusse fino alla profondità di 800 mt.
          E fu da quell’esplorazione che iniziai a frequentare grotte sempre più impegnative di stile alpino.
          La voglia di misurarmi con me stesso mi portò a visitare altre grotte altrettanto tecniche, per cui, con mio fratello ed un affiatato gruppo di amici, raggiungemmo il fondo di molti abissi sparsi su tutto il territorio italiano, in sud Italia all’abissò del Bifurto, sui monti Lessini alla Spluga della Preta, nelle Alpi Apuane il Corchia, il Farolfi, il Guaglio, il Mandini, la Lavandaia, Olivifer, e poi sul massiccio de Marguareis il Kappá, Piaggia Bella, i Perdus, lo Straldi, il Trou Chou-Fleur, Volante, Solai, Saracco, Mastrelle. In alcuni di questi non mancammo di esplorare alcuni nuovi rami.
          E poi nel 1985 ebbi l’occasione di andare sull’altipiano del Canin (Kanin), all’abisso Novelli… fu per me come una folgorazione quando, raggiunta Sella Canin, mi apparve in tutta la sua maestosità quello spettacolare mare di pietra bianca.
          Da quel momento in poi non potei più fare a meno di tornare, seppur distante, ero a 550 km da casa, trovai sempre le occasioni per frequentare quelle affascinanti grotte, anche grazie al fatto che avevo conosciuto un gruppo di amici Triestini che con me condividevano la stessa passione per quelle grotte Alpine.
          Così scesi l’abisso Gortani, il Fonda, ed altre grotte minori.
          Sempre in quegli anni iniziai ad uscire dall’Italia per visitare grotte famose come il Gouffre Berger e la Pierre Saint Martin in Francia, il BU56 (il mio primo meno mille) in Spagna, la Hochlecken-Großhöhle in Austria, la Hölloch in Svizzera.
          Quando nel 1987 conobbi mia moglie Patrizia, anche lei speleologa, mi trasferii a Trieste, e da allora iniziai a frequentare più assiduamente il massiccio del Canin, ma con una nuova consapevolezza, non avevo più alcun interesse nel visitare grotte già esplorare, volevo solo esplorare, cercare nuove grotte, oppure trovare rami inesplorati di grotte conosciute.
          Così esplorai alcuni nuovi rami al Bus d’Ajar, una paleo-risorgiva del sistema Gortani, ed alcune piccole grotte nel Canin orientale sotto cima Mogenza.
          Ma fu il 1988 l’anno che diede una svolta alla mia attività speleologica, saziando da quel momento la mia fame di esplorazioni: ebbi l’occasione di incontrare Gregor Pintar di Škofja Loka, altrettanto appassionato di grotte, con il quale strinsi un rapporto di amicizia, colsi subito il suo invito ad accompagnarlo in esplorazione in una grotta che stavano esplorando in Canin e che era ferma a circa 450 metri profondità, lo Skalarjevo brezno, allora la piú profonda grotta sul versante Sloveno; in due uscite esplorammo il pozzo di 200 mt, Apocalypse now, e ci affacciammo su un altro pozzo molto profondo a circa -700.
          Nel frattempo ottenni i permessi per poter esplorare nell’Altipiano di Goričica, ad est di Canin, in direzione di Rombon, un mare di roccia estremamente carsificato ed ancora praticamente vergine.
 


 
Patrizia e Roberto, Altipiano di Goričica, 8 gennaio 1989, foto di Roberto Antonini

          Solamente un gruppo di Čehi 2 vi aveva scoperto un paio di grotte profonde al massimo 100 mt.; e così, da quel momento, iniziò la mia attivitá di ricerca ed esplorazione dei suoi sistemi sotterranei, che ad oggi ho avuto la fortuna di poter esplorare per un totale di circa 40 km.
          Da quando ho iniziato le mie ricerche sull’Altipiano di Goričica, solo raramente ho dedicato del tempo all’esplorazione in altre zone.
          Tanto per citarne qualcuna, sotto il Canin ho aperto una strettoia nel Renetovo brezno quando era ancora ferma a -400, ho esplorato un paio di volte in Brezno pod velbom ed attrezzato i primi 250 mt del pozzo di 500 mt al Huevos, poi non poteva mancare l’attraversata della Mala Boka-BC4.
          Per quanto riguarda esperienze in altre aree al di fuori del Canin, sicuramente non posso dimenticare di ricordare il Caucaso: la prima spedizione nel 1991, sul massiccio dell’Arabika, per esplorare nuove grotte, che poi si sono rivelate non molto profonde, vi sono poi tornato nel 2010 per scendere quella che allora era la grotta più fonda del mondo, il Krubera-Voronja, con la soddisfazione di arrivare sul fondo.
          Per le attività di soccorso, dal 1985 ho avuto l’occasione di frequentare tante grotte, sia in esercitazione che in intervento di soccorso, la Riesending-Schachthöhle, nonostante la sfortunata occasione, rimarrà sempre tra i miei ricordi come una bellissima grotta, e dove mi sentivo a casa - il calcare, la temperatura e le sue morfologie mi davano la sensazione di percorrere una grotta del Canin.
          Da quando ho iniziato la mia attività, posso considerare di aver percorso centinaia di chilometri di grotte, superando per 36 volte la profondità di 1000 mt ed una volta i 2000; sento di essere stato molto fortunato, perché a volte, per trovare una grotta bisogna avere fiuto, una buona conoscenza del fenomeno carsico, ma soprattutto anche tanta fortuna.

Qual è il vostro speleo club?

          Attualmente non appartengo a nessun gruppo speleo. Sono stato nel gruppo speleologico marchigiano di Ancona poi nella CGEB di Trieste fino al 1996.
          Da allora vado in grotta solo con amici, senza essere legato a nessun gruppo ufficiale. Preferisco essere autonomo anche nella fornitura dei materiali di esplorazione, corde trapani e attacchi, senza dover dipendere da nessuno.

Com'è andata la giornata in cui avete fatto una gita di sci alpinismo e avete scoperto sia Hudi Vršič (Egidio) che Črnelsko brezno (Veliko Sbrego)?

          Con mia moglie Patrizia avevamo una gran voglia di fare ricerche invernali per trovare buchi soffianti, così quel giorno, risalendo il vallone di Krnica, cercammo di arrivare nel punto più alto dell’altipiano, arrivando sulla cresta dell’Hudi Vršič.
 


 
Vista invernale dell'ingresso di Egidio / Hudi Vršič, 30 gennaio 2022, foto di Mitja Mršek

          Da la sopra potemmo vedere il grande ingresso soffiante di Egidio, e quindi sciando raggiungemmo l’ingresso che già da subito sembrava molto promettente. Mentre riposavamo sul costone a pochi passi da Egidio, scorgemmo altri ingressi soffianti verso est su un pianoro al di sotto del Črnelska špica, così, sempre con una bella sciata nel canalone sottostante, raggiungemmo il piccolo ingresso soffiante del Veliko Sbrego.
          Per la prima discesa della grotta aspettammo la primavera inoltrata; di quei momenti, per me magici, conservo ancora le riprese video.

Come siete arrivati ai nomi Egidio e Veliko Sbrego?

          Il primo grande abisso l’ho voluto chiamare con un nome per metà italiano e metà sloveno. Di fatto Veliko Sbrego significa “La grande spaccatura”. Egidio invece era un nome di fantasia senza significato particolare.
          La mia grande delusione è stata quando mi è stato detto che i nomi delle grotte dovevano essere cambiati perché al catasto accettavano solamente nomi sloveni.

È stato molto probabilmente un malinteso, una scarsa conoscenza della lingua opposta da entrambe le due parti. Sbrego è davvero una lacerazione, ma non è una parola italiana molto usata, e breg è una parola slovena molto comune, che significa argine (di un fiume) o qualsiasi pendio collinare. Quindi gli amministratori del catasto sloveno probabilmente pensavano che "Sbrego" fosse una pessima distorsione della parola breg a causa della scarsa conoscenza della lingua. Ero della stessa opinione anch’io. Un vero peccato.
 


 
Alcuni membri della spedizione CAVEX a Veliko Sbrego: Matteo, Lillo, Serena, Andrea, Rok e Katia, ottobre 2006, foto di Denis Provalov. Era una delle spedizioni grandi, paragonabile per portata e dimensioni a quelle nelle grotte più profonde del mondo su Arabika e in Asia centrale. Hanno partecipato 33 speleologi di 5 paesi - Russia: Denis Provalov e Dmitrij Skljarenko - Skljar (Moskva), Andrej Sizikov (Moskva, Habarovsk), Andrej Mazurov (Bereznjaki), Jurij Bazilevski - BZ e Dmitrij Vikorčuk (Čeljabinsk), Julija Savenko (Feodosija), Valerij Akulenko - Clark (Meždurečensk), Vasja Hohrin e Evgenij Ilingin - Žendos (Samara), Ucraina: Oleg Klimčuk, Irina Beletskaja e Oleg Luščevski (Kijev), Dmitrij Fedotov (Poltava), Cechia: Oldřich Stos - Spider, Martin Sluka, Radek Blazek, Peter Polak e Zdenek Dvořak, Italia: Roberto Antonini (Trieste), Matteo Rivadossi - Pota, Serena Burgassi, Katia Zampatti, Andrea Tocchini - Anello, Luca Tanfoglio - Tanfo, Robi Crotti, Gianni Garbelli (GGB Brescia), Stefano Panizzon - Lillo (GSM Vicenza), Paolo Sussan - Nonno (GSSG Trieste) e Slovenia: Gregor e Marina Pintar (DZRJL), Rok Stopar (JD Dimnice).


Cosa potete dirci dell'esplorazione di Črnelsko brezno/Veliko Sbrego, la prima grotta sotto i 1000 metri sul monte Canin?

          É stata molto coinvolgente anche perché è stata la mia prima grande esplorazione, inoltre, dopo aver visto la maggior parte degli abissi del Canin sia italiani che sloveni, ritengo che sia la più bella grotta che si possa vedere in tutto il massiccio. (Giustamente, la stessa cosa che pensa ogni genitore del proprio figlio)
          Il collettore a -620, Galaxica, Rio kubo, il canyon Aqualung, sono tratti di grotta veramente stupendi, la cui bellezza ancora oggi non sono riuscito a riscontrare in altre grotte.
          L’esplorazione è iniziata nell”estate del 1989 e già in inverno eravamo a -1200. Quindi iniziarono le esplorazioni dei rami sopra il fondo, la Sala del Ciclope ed altri rami laterali, poi nel gennaio del “90 accadde l’incidente in cui perse la vita Massimiliano Puntar, e che fermò per un certo periodo le esplorazioni.
          Tempo dopo tornammo ad esplorare le zone terminali, senza ottenere grandi risultati, a parte la scoperta del Pa’ e volpe, Korova e del Gulliver, gli ingressi bassi del sistema, che portavano sempre alle zone del campo a -1000.
          Negli anni recenti ho speso molte delle mie uscite per le esplorazioni di Egidio (Hudi Vršič), il cui risultato finale è stata la giunzione con il Veliko Sbrego.
          Ricordo ancora la gioia che ho provato nel momento della giunzione: ero assieme al mio attuale compagno di esplorazioni, Alberto Dal Maso, e stavamo scendendo i pozzi attivi oltre i -1000, sembrava fossimo ormai vicini alla possibile giunzione con il Veliko Sbrego, che dalla pianta risultava essere ormai attaccato, quando in fondo ad un pozzo siamo atterrati su un sifone impraticabile…. “Game over”, sembrava che i giochi fossero finiti, poi arrampicando su un camino, siamo entrati a metà di un pozzo fossile parallelo.
          Quando, a pochi metri dal fondo, ho piantato l’ultimo frazionamento, mi sono girato ed ho visto una vecchia corda, e subito mi sono ricordato dei traversi di Rio Kubo, a qual punto ho cominciato ad urlare di gioia: il sogno di collegare Egidio con il Veliko Sbrego si era finalmente realizzato, le tante uscite esplorative spese, in compagnia di alcuni speleologi Sloveni, erano finalmente state ripagate da un risultato atteso ormai da molti anni.
 


 
Roberto e Alberto dal Maso sopra l'ingresso di Veliko Sbrego, 2080 metri sul livello di mare, 6 novembre 2017, foto di Roberto Antonini


Come si è evoluta l'immersione al suo fondo?

          La prima immersione del sifone terminale è stata fatta nel 1997 da un mio amico toscano, Gianni Guidotti, che si immerse fino alla profondità di 60 mt. Anni dopo, nel 2006, tornarono i russi che con 2 spedizioni toccarono il fondo attuale superando 3 sifoni.
          Certamente per molto tempo sarà difficile che qualcuno ritorni per superare l’ultimo sifone, anche perché, oltre al fatto che sono necessarie diverse squadre di speleosub, la grotta diventa sempre più impegnativa per la quantità di acqua che la percorre.
 


 
Oleg e Jurij, l'ingresso superiore al sifone finale di Veliko Sbrego, ottobre 2006, foto di Denis Provalov



Molto è stato scritto sull'incidente nella grotta. Potete ricapitolare brevemente, come l'avete vissuto?

          Stavamo rientrando da un’esplorazione nei rami del Ciclope, quando, per la stanchezza e la conseguente disattenzione, uno dei miei due compagni, ha messo il piede su un masso di grosse dimensioni che, ruotando, gli ha fatto perdere l’equilibrio facendolo cadere, ed il masso gli è crollato addosso, schiacciandogli il polso.
          La situazione ci è sembrata subito critica, eravamo a -1100, lontanissimi dalla superficie e fuori era pieno inverno, e oltretutto eravamo in territorio straniero.
          Così, mentre il mio amico Paolo dava assistenza al ferito, io sono corso fuori molto velocemente per chiamare il soccorso, in 5 ore ero fuori e dopo i lunghi traversi ghiacciati sotto il Lopa, all’imbrunire sono finalmente riuscito ad arrivare al rifugio Gilberti per chiamare i soccorsi.
          Dopo essermi riposato al rifugio Gilberti, il giorno successivo sono rientrato con la seconda squadra, ma, mentre stavamo per entrare, da dentro la grotta ci hanno comunicato che era avvenuto un secondo incidente a Massimiliano Puntar.
          Dopo quella notizia, la discesa è stata molto veloce, anche se, come avremmo poi scoperto, non sarebbe stato necessario.
          Ricordo ancora il lungo tempo trascorso vicino a Massimiliano mentre eravamo in attesa che da fuori arrivassero i medicinali specifici per la sua condizione. Già da subito il dottore ci aveva messi di fronte al fatto che la situazione di Massimiliano era molto grave. Siamo rimasti fermi per circa 24 ore, poi, quando finalmente è arrivata la staffetta con i farmaci, abbiamo cominciato il recupero, reso molto difficoltoso per il fatto che il paziente doveva essere mosso molto delicatamente.
          Purtroppo i passaggi da affrontare, comprese le strettoie, hanno aggravato ulteriormente le sue condizioni già disperate… dovevamo fermarci molto spesso, poi, quando siamo giunti a -980, durante il recupero in una teleferica, la vita di Massimiliano si è spezzata.
          É stata sicuramente una delle operazioni di soccorso più impegnative mai accadute; hanno partecipato circa un centinaio di tecnici ed è durata circa una settimana.
 


 
Matic Di Batista nel canyon sotterraneo della Rombonka (Rio Rombon), Egidio (Hudi Vršič) a -900 m, 15 gennaio 2019, foto di Jure Bevc


Cosa potete dirci di Čehi 2? Qual è stato il vostro ruolo nella sua esplorazione?

          La scoperta del pozzo di ingresso del Čehi 2 è stata fatta durante la Pasqua del 1991, poi, ad inizio estate, tornammo per scendere il primo pozzo di 70 mt fino ad una frana, dalla quale filtrava una forte corrente d’aria.
          A causa della guerra di indipendenza della Slovenia, in quel periodo, per ovvi motivi non potei proseguire le mie esplorazioni, solamente dopo che rientrai dalla spedizione estiva in Abkhazia potei riprendere la mia attività esplorativa in altipiano, ma con mia grande sorpresa, un gruppo di Slovacchi, che io pensavo fossero Cechi, aveva esplorato alcune grotte, tra le quali il Čehi 2, fino a -120, fermandosi sopra un pozzo.
          A quel punto ripresi in mano l’esplorazione della grotta, che più scendeva e più diventava sempre più grande ed interessante.
          Durante l’inverno raggiungemmo i mitici 1000 metri di profondità, e poi ancora il primo fondo a -1270.
          Poi, a fine estate del 92 ricominciammo le esplorazioni bypassando il primo fondo attraverso le gallerie Azzacanaway, fino ad atterrare nel Terrano lake, che riuscii a superare con manovre acquatiche e rocambolesche, attrezzandolo poi con una tirolese in cavi d’acciaio.
          Da quel punto in poi si trattava solo di seguire il collettore principale dell’altipiano, e con una serie di punte esplorative riuscimmo a toccare il fondo della grotta a -1370.
          Nella sala terminale tornammo 2 volte per cercare invano la prosecuzione, tornarono anche i russi, che addirittura vi installarono un campo, ma anche loro non trovarono nulla.
          Parecchi anni dopo, gli Sloveni riattrezzarono la grotta, e con un colpo di fortuna, trovarono la prosecuzione nella frana terminale, a quel punto chiesi loro se potevo prendere parte all’esplorazione, anche in considerazione del fatto che la grotta me l’ero esplorata praticamente tutta, e mi avrebbe fatto piacere vedere come proseguiva, ma mi venne negato di entrare.
          Dovetti aspettare che finissero di esplorare per poter tornare, e poter mettere i piedi nel sifone terminale.
 


 
I membri della squadra che hanno raggiunto i storici -1000 metri a Čehi 2, da sinistra a destra: Pino Antonini, Marco Marantonio, Paolo Sussan, Massimo Tarsi, Roberto Antonini, Daniele Moretti, Stefano Borghi; 2 febbraio 1992, foto di Roberto Antonini



Come si è evoluto il Complesso del Monte Canin e quanto è lungo adesso? Quali sono i problemi e le sfide?

          Durante i primi anni di esplorazione dell’altipiano del Canin, i gruppi speleologici avevano come primo obiettivo il raggiungimento della massima profondità della grotta, per cui, fino agli anni 80, a parte gli abisso Gortani e Comici, le grotte avevano uno sviluppo prevalentemente verticale.
          Successivamente, una maggiore conoscenza del carsismo dell’area, contribuì a stimolare le esplorazioni anche in senso orizzontale, permettendo il collegamento dei singoli abissi sparsi su tutto l’altipiano.
          Ora il complesso ha raggiunto i 100 km, ma tanti altri abissi attendono ancora di essere collegati, in particolare manca ancora il collegamento con il sistema di grotte sotto al rifugio Gilberti e quello con il Zeppelin.


I miei colleghi speleologi di DZRJL non hanno mai esplorato davvero la parte superiore della galleria d'acqua Kaliktor a Renetovo brezno. È diretto al versante italiano della montagna. Quanto lontano nel tempo pensate che sia il collegamento sotterraneo di entrambe le parti?

          Per ora, a parte qualche sporadica esplorazione dell’area, non c’è stato nessuno particolarmente interessato a fare una ricerca seria e costante su quella parte di altipiano.
          Sono convinto che il collegamento ci sia, bisogna solamente dedicargli del tempo, scendendo pozzi che sono spesso intasati da ghiaccio o detrito morenico.
          Non bisogna dimenticare che solo fino a pochi decenni fa tutta quell’area era ricoperta da una spessa coltre glaciale per gran parte dell’anno.
 


 
Roberto all'ingresso della grotta Krško, 2130 metri sul livello del mare, 17 aprile 2022, foto di Rocco Romano


Ora siete molto coinvoluti nella grotta Krško a Lopa (Monte Leupa)? Quando avete iniziato e come va adesso?

          L’ho scoperta a dicembre del 2017, durante una delle tante gite scialpinistiche finalizzate alla ricerca di nuovi ingressi soffianti.
          Già in primavera del ‘18 l’avevamo esplorata fino a -350, dove una frana bloccava ogni prosecuzione.
          Gli anni successivi ho dedicato le mie esplorazioni all’abisso delle Cicogne, per cui solamente la scorsa estate (2021) ho avuto il tempo di riprendere in mano la questione, e dopo una serie di uscite dedicate allo scavo, finalmente siamo riusciti ad oltrepassare la frana.
          La grotta prosegue con un lungo meandro intervallato da pozzi, mai troppo profondi, fino alla profondità di 600 mt, dove si dipartono le gallerie freatiche, e dove il fondo attende ancora di essere esplorato.
          Ma sempre a -600, la via più interessante, percorsa da tantissima aria, prosegue con il meandro, fino ad arrivare sul collettore della grotta alla quota di -800, che precipita nel Grande salone di Plitvice, uno dei più grandi in Canin.
          Attualmente la grotta è stata esplorata fino alla profondità di 1113 m (aprile 2023), ma l’esplorazione continua.
          Il mio grande interesse per questa grotta è dato dal fatto che si sviluppa interamente nel vallone di Krnica, una parte del massiccio del Canin dove fino ad ora non era stato trovato ancora nulla, per cui tutto si può ipotizzare, ma ritengo comunque che il collettore faccia parte di uno degli affluenti che contribuiscono ad alimentare le acque della risorgiva di Gljun.
          Il suo asse principale corre parallelo al sistema di faglie di Prevala, qui la tettonica ha generato il sovrascorrimento di alcuni blocchi di dolomia, che è possibile vedere soprattutto sulla volta di alcuni tratti di grotta.
          La mia speranza è che prosegua nella stessa direzione, fino ad intercettare quello che dovrebbe essere il collettore principale dell’Altipiano di Goričica, che secondo le mie ipotesi dovrebbe correre con direzione est-ovest, lungo lo sbarramento idrologico generato dal sovrascorrimento del massiccio del Canin sulla piana di Bovec.
 


 
Autoscatto di Roberto con Alberto dal Maso sulla parete Sud del monte Leupa (2406 m), vicino all'ingresso della grotta Krško, vista da Est, 18 settembre 2021.



Vi piace viaggiare?

          Non sono particolarmente attratto dai viaggi. Ma non me ne sono fatti mancare.
 


 
Autoscatto di Roberto con Alberto dal Maso in parapendio al ritorno dalla grotta Krško, 2022


Tutte le grotte hanno un fascino unico. Quale grotta di alta montagna vi ha colpito di più?

          Il Veliko Sbrego, che ritengo sia la grotta più bella che io abbia mai visto, e posso considerare di averne viste tante.


E quale grotta del Carso Classico?

          Nonostante non sia particolarmente attratto dalle grotte del Carso, grazie all’attività del soccorso, ho avuto modo di visitare la maggior parte delle cavità del Carso triestino.
          In Slovenia sono stato alla Kačja jama, allo Davorjevo brezno ed altre grotte minori.


Quali sono state le vostre esperienze in grotta più sorprendenti e quali le più impegnative?

          Per me ogni esplorazione è una fantastica esperienza, anche nel buco più piccolo e meno interessante; il fatto stesso di percorrere posti mai conosciuti, genera in me uno stato di trans esplorativo che spesso esterno con urla di gioia, e nonostante le tante esplorazioni fatte, ancora oggi rivivo la stessa sensazione di euforia provata la prima volta, quando da giovane, ho percorsi i miei primi passi nell’ ignoto.
          Penso comunque che l’esplorazione dei canyon e le gallerie del Veliko Sbrego, come anche le gallerie del Queen Mama, mi abbiano colpito particolarmente.
          Fra le esperienze più impegnative posso menzionare sicuramente l’esplorazione del Korova, con i suoi strettissimi meandri e le partenze dei pozzi molto selettive.
          Sicuramente mi ha colpito positivamente la lunga discesa del Krubera, che nonostante non sia una grotta particolarmente impegnativa, resta pur sempre un - 2000; di quella discesa, durata 3 giorni, ricordo in particolare il sifone a -1400, ricordo ancora bene la corda che si infilava in quella pozza di acqua sporca, dove bisognava immergersi in apnea, senza alcuna visibilità, per attraversare quel budello sommerso di 6 metri.
 


 
Al campo degli speleologi di Lubiana (DZRJL) vicino all'abisso Vandima (-1182 m): Natalija Kareva, Oleg Klimčuk, Lada Zubkova, Roberto Antonini, Ekaterina Gončar e Denis Provalov; agosto 1996, foto di Natalija Kareva (autoscatto)



A differenza di molti speleologi di alta montagna, avete una vita familiare. Quando e come è successo? È stato amore a prima vista?

          Ho conosciuto mia moglie Patrizia quando ho cominciato a frequentare le grotte del Canin italiano, anche Lei era un’assidua frequentatrice di quegli abissi.
          La scintilla è scattata l’estate del ‘87, dopo aver partecipato assieme ad una spedizione in Spagna all’abisso BU56. Con lei ho esplorato i primi abissi dell’Altipiano di Goričica, tra i quali il Veliko Sbrego ed Egidio.


Come coniughate la passione speleologica con la vita familiare? È difficile?

          Certamente da soli è più facile gestire le proprie passioni, ma grazie a mia moglie, che non mi ha mai imposto veti o rinunce, ho avuto la possibilità di portare avanti la mia attività speleologica senza problemi.
 


 
Profilo esteso delle grotte Korova, Gulliver e Veliko sbrego, di Roberto e Pino Antonini, dopo il 2006. Un clic mostra la pianta delle grotte a piena risoluzione.



La vita si complica, anno dopo anno? Che consiglio dareste a tutti gli aspiranti speleologi?

          Il fuoco ardente dell’esplorazione non può crescere in chi non lo ha, ritengo che sia innato in pochi soggetti, e che possa essere risvegliato con l’attività esplorativa.
          Tutti possono andare per grotte, i più seguiranno i gruppi nelle visite di grotte conosciute, solo pochi sceglieranno di dedicare parte della loro vita all’attività di ricerca ed esplorazione dei sistemi carsici.
          Da giovani si è più spensierati e si potrà dedicare molto tempo a coltivare questa passione, ma con l’andare del tempo, i problemi della vita quotidiana, il lavoro e la famiglia, roderanno il tempo dedicato all’attività esplorativa, le uscite in grotta saranno sempre più rade, e dopo un po’, in mancanza di stimoli, ci si troverà a smettere completamente.
          Quindi il mio consiglio è: darsi degli obiettivi: la ricerca in una nuova area carsica, il ramo di una grotta ancora da esplorare … insomma, continuare ad alimentare il desiderio della ricerca anche con poche e brevi, ma appaganti esplorazioni.


C'è qualcos'altro che vorreste dire? Cosa ci siamo persi nelle domande precedenti?

          Da alcuni anni possiedo una casa in Val Bavšica, ad est di Bovec, che oltre ad essere una comoda base di partenza per la ricerca di grotte nell’area del Canin, è diventata il mio angolo di paradiso dove riesco a vivere a contatto con una natura ancora poco antropizzata.
 


 
Casa alpina nella valle Bavšica, ottobre 2021, foto di Roberto Antonini



Alla fine tre domande un po' meno difficili. Quali sono i vostri film preferiti?

          Non ho film preferiti.


Qual è la vostra musica preferita?

          Chillout, Rock.


Il vostro colore preferito e perché?

          Non ho un colore favorito, forse più che da uno specifico colore, sono più attratto dagli abbinamenti dei vari colori.
          C’è un periodo dell’anno in cui sono particolarmente attratto dai colori, ed è in autunno, quando il bosco diventa policromo, con i forti contrasti tra il verde degli abeti e le tonalità gialle arancio delle foglie dei faggi.
 


 
Monte Rombon, 2207 metri, vista da ovest, 2020, foto di Roberto Antonini
 
 

* Tutti i nomi cirillici nell'articolo sono, per una maggiore precisione, romanizzati secondo la Traslitterazione scientifica del cirillico.


 



 

  Pierre Strinati - animali cavernicoli e molte altre cose (in inglese), dicembre 2022     Miran_Marussig, speleologo e costruttore di strade (in inglese), ottobre 2023  
 



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Questa pagina ed il testo sono di Primož Jakopin. Tutte le foto sono state pubblicate con il permesso degli autori. Inviate i commenti a primoz jakopin guest arnes si (inserite i punti e la chiocciola nei posti appropriati). Ho cominciato a scrivere la pagina il 13 gennaio 2022; l'ultima modifica è stata fatta il 19 ottobre 2023.

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